«Archivio Multimediale degli Attori Italiani», Firenze, Firenze  University Press, 2012.
eISBN: 978-88-6655-234-5
© Firenze University Press 2012

Attore > cinema, teatro, radio
NomeIrma
CognomeGramatica
Data/luogo nascita25 novembre 1869 Rijeka (HRV)
Data/luogo morte14 ottobre 1962 Tavarnuzze di Impruneta (Firenze)
Nome/i d'arte
Altri nomiGramatica, Maria Francesca (nome anagrafico); Cottin
  
AutoreDaniela Sarà (data inserimento: 02/12/2011)
Irma Gramatica
 

Sintesi | Biografia| Famiglia| Formazione| Scritti/Opere| Testo completo

 

Interpretazioni/Stile

Il peso conferito alle due predominanti cifre stilistiche, sinora in sostanziale equilibrio, si sposta ulteriormente: le grandi passioni amorose, gli scatti nervosi e le urla strozzate passano in secondo piano, lasciando spazio all'espressione intima dei sentimenti e delle tristi riflessioni coltivate durante il periodo di allontanamento dalle scene. Dall'epistolario emerge infatti l'intensificazione dello stato depressivo: l'attrice si abbandona alla sofferenza che la pervade, continuando a sopravvivere faticosamente, sostenuta solo dall'idea della morte liberatoria, presagita come imminente. Da ora in poi nelle recite darà libero sfogo all'agonia della sua vita interiore, trovando ancora una volta nella voce lo strumento più espressivo: «Nell'angolo dove siedo, sommerso nel buio, io vivo intensamente una delle mie più memorabili sensazioni artistiche. E quando la prova ha termine, rimango ancora nel buio, avvolto dal suono di quella voce. La voce di Irma Gramatica: una voce d'anima. È ovattata, molle, dolcissima. Accarezza e fascia. Ad un tratto ha movimenti che sorprendono e scuotono. È una musica, della quale l'accento val più della parola» (ibidem).

L'esordio nella nuova formazione è affidato all'Ombra (10 ottobre 1923) che, con la Moglie ideale di Praga, è tra i pochi cavalli di battaglia che l'attrice mantiene in repertorio. Nell'interpretazione Irma bandisce ogni effetto di sensazionalismo, interiorizzando completamente la parte di Berta: «Bastarono le prime battute, i primi accenni di quella sua voce sottile e morbida, semplice semplice, profondamente femminile, che pare sorriso ed è tremore, perché tutti ci sentissimo presi dal fascino della sua arte. [...] C'era molta attesa per la famosa scena delle mani del primo atto […]. Ma, in questo senso, l'attesa fu delusa. Nessun virtuosismo, nessun 'effetto'. La scena delle mani diventò ieri sera qualcosa di assai più puro e più alto. Irma Gramatica non forzò la sua voce, non tentò i gesti che forse qualcuno s'aspettava; fu tutta una trepida gioia contenuta, un'ansia di liberazione, uno spasimo fisico, un'ebbrezza indicibile, che la voce tenue, tremante, sottile, conteneva a pena, come in un esilissimo calice di cristallo che ne vibrava tutto e pareva incrinarsi e che dovesse rompersi sotto l'impeto incontenibile...» (Gino Cornali, Il ritorno di Irma Gramatica, «L'Ambrosiano», Milano, 11 ottobre 1923; rappresentazione allestita al Teatro Manzoni di Milano).

Relativamente all'interpretazione della Moglie ideale (febbraio 1924), d'Amico rileva come le sue interpretazioni si siano arricchite di forte valenza spirituale, con atteggiamenti quasi sacrificali: «Irma c'è sempre davanti con una scioltezza tutta sua, con la dirittura d'un'anima intatta e intera; che chiude in sé una gran fiamma purificatrice, e dell'incendio che la divora non lascia cogliere, per un pudore innato, se non i gesti e le parole essenziali. La sua passione amorosa è divenuta tutto spirito; i suoi atteggiamenti supremi son quelli dell'offerta, della dedizione, dell'olocausto. Cammina lieve come un'ombra, sorride impercettibile, nel suo gesto piega appena il gomito; il più delle volte le sue braccia rimangono inerti lungo la persona, la sua figura eretta e la sua fronte scoperta sono il più netto commento alle sue parole. E chi la guarda ha veramente l'impressione di vedere un'anima nuda che si dona: e chi sente quelle sue parole, pronunciate con una sapienza di perfezione accademica nascosta sotto un'apparenza di scioltissima spontaneità, ha la sensazione d'abbeverarsi di luce» (Silvio d'Amico, La serata di Irma Gramatica all'Argentina, «La Tribuna», 3 febbraio 1924).

Dopo l'esperienza nella compagnia di Talli, segue una nuova fase tormentata. L'attività artistica è discontinua. Un nuovo momento di relativa stabilità si determina tra il 1930 e il 1932, quando la Gramatica instaura un proficuo sodalizio professionale con Luigi Carini, distinguendosi in pacate parti di madre, a volte venate di drammaticità ma del tutto prive di connotazioni terrene e passionali, che i critici non riescono a definire se non con metafore che fanno riferimento all'imponderabilità: il processo di allontanamento dalle urgenze terrene e carnali si è completamente realizzato. Tra queste emergono i ruoli di Simona in Stefano di Jacques Deval e di Letizia in Congedo di Simoni; al riguardo rimane l'eloquente recensione del critico Mario Ferrigni: «Ogni volta che questa magnifica artista riappare ai nostri occhi, è una rivelazione di luminosità, di trasparenza, di purezza: la sua recitazione non ha nulla di materiale: sembra pura idea, pura musica, vibrante in un'aria più sottile di quella mossa dalle labbra nelle parole [di] un incanto» (Mario Ferrigni, Cronache teatrali, 1931, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli, 1932, pp. 148-149). In questo periodo relativamente tranquillo si distingue tuttavia anche in ruoli leggeri e divertenti, come nella parte frivola e vanitosa di Ketty Champion Cheney della commedia Circolo di William Somerset Maugham, suocera fatua e sciocca della protagonista Elisabetta, invecchiata senza dignità tanto da influenzare negativamente anche la nuora.

Nell'ultimo decennio di attività, vere e proprie oasi di creatività sono i periodi trascorsi al fianco della sorella Emma che, per risollevare il suo stato psicologico e le sue risorse finanziarie, tenta a più riprese di coinvolgerla nei propri progetti professionali. Il primo, significativo, sodalizio tra le due interpreti, stretto i primi mesi del 1928, le vede associate con Memo Benassi e assoggettate alla direzione artistica di Guido Salvini. Le Gramatica realizzano interpretazioni di pregio soprattutto quando recitano insieme, come avviene in Teresa Raquin di Émile Zola, Gian Gabriele Borkman di Ibsen, La professione della Signora Warren di George Bernard Shaw e La città morta di D'Annunzio: il confronto diretto esalta le rispettive caratteristiche interpretative e, probabilmente anche grazie alle direttive registiche di Salvini, recupera aspetti sopiti delle loro potenzialità espressive. Le recensioni individuano unanimemente in Irma nuovi tratti di durezza e di fermezza e il riemergere del senso di tragicità già apparso ai tempi del tirocinio con Zacconi (si veda al riguardo la testimonianza di Cervi sull'allestimento di Anime solitarie di Hauptmann riportata sopra), probabilmente esaltato dall'atteggiamento patetico e abbandonato della sorella.

 
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