«Archivio Multimediale degli Attori Italiani», Firenze, Firenze  University Press, 2012.
eISBN: 978-88-6655-234-5
© Firenze University Press 2012

Attore > cinema, teatro, radio
NomeIrma
CognomeGramatica
Data/luogo nascita25 novembre 1869 Rijeka (HRV)
Data/luogo morte14 ottobre 1962 Tavarnuzze di Impruneta (Firenze)
Nome/i d'arte
Altri nomiGramatica, Maria Francesca (nome anagrafico); Cottin
  
AutoreDaniela Sarà (data inserimento: 02/12/2011)
Irma Gramatica
 

Sintesi | Biografia| Famiglia| Formazione| Scritti/Opere| Testo completo

 

Interpretazioni/Stile

Anche nella ripresa della Figlia di Jorio (22 aprile 1915) - spettacolo di richiamo introdotto in cartellone come rievocazione della recente esperienza professionale -, ormai alleggerite le suggestioni dannunziane, l'attrice è più espressiva e lascia spazio alle nuove sfumature della sua tavolozza: «La sua recitazione robusta e concitata si riposò talora, in tocchi di tenerezza soave indicibilmente musicali. Dall'impeto schietto della sua interpretazione ella sollevò molti versi chiari e gracili, con la delicatezza con la quale avrebbe sollevato un fiore. Fu applauditissima. Alla fine del secondo atto, tra vere acclamazioni, le furono offerti canestri di fiori in grande quantità» (Renato Simoni, «La figlia di Jorio» al Manzoni, «Corriere della sera», 23 aprile 1915).

Il nuovo lavoro introspettivo trova massima espressione nel personaggio di Berta in L'ombra di Dario Niccodemi (10 marzo 1915), figura che l'attrice sente particolarmente affine, forse perché in essa risuonano gli echi non sopiti della tragedia del figlio scomparso; in questo caso, addirittura, gli effetti sfumati e le mezze tinte prevalgono sugli scatti passionali della giovinezza: «La rinascita del corpo infermo, al primo atto, fu espressa da lei con tale finezza di sfumature, con tanto impeto di gioia nella voce, con tale continuo alternare di toni, di gradazioni, di espressioni del viso e di eloquenza del gesto da provocare per tutto il teatro, gremito ed elegantissimo, un brivido indefinibile: il brivido che si prova dinnanzi alla grande arte. [...] Anche al secondo atto fu applaudita più volte, tanto fu la sincerità del suo dolore, la verità del suo pianto, l'umanità della sua angoscia, la semplicità, la naturalezza delle sue emozioni. Ha avuto due o tre scatti, due o tre gridi che han fatto fremere. [...] Sarà sempre difficile stabilire fin dove arriva l'autore e dove comincia Irma Gramatica. Ella aggiunge, ingrandisce, esalta la creatura che interpreta; la rivela in tutti i moti più riposti, la completa» (Eligio Possenti, Il successo di Irma Gramatica, «La Perseveranza», 12 marzo 1915). In questo periodo di tranquillità l'attrice trova nuove risorse anche per affrontare il repertorio comico e, nella messinscena curata da Praga della Locandiera di Carlo Goldoni (5 marzo 1915), dà vita ad una Mirandolina fresca, vivace e briosa, comunque resa, secondo quanto afferma Eligio Possenti, con buon gusto e senso della misura.  

Conclusa questa esperienza, per molto tempo Irma non trova condizioni di equilibrio altrettanto congeniali all'espressione della sua vena artistica e torna, con discontinuità, al teatro di giro, assolvendo con fatica a incarichi di gestione e conduzione capocomicale. Stilisticamente, quando le situazioni lavorative glielo consentono, continua a destreggiarsi tra i due principali registri espressivi, affiancando agli scatti passionali le nuove delicate gradazioni espressive, a volte contrapponendo in maniera esasperata i due stilemi. Nel dicembre 1917 torna a interpretare Nora in Casa di bambola, personaggio nel quale aveva esordito con Zacconi, prodigandosi con un'energia impressionante per la sua età: «Irma Gramatica deve avere una particolare simpatia per questa Nora ch'ella incarna con una intelligenza meravigliosa. Ma più che intelligenza dovrei dire impetuosità furiosa e quasi carnale. È un'artista che ha degli scatti capaci di far sussultare i pubblici più disattenti. Rilievi rapidi, momentanei, di getto; sangue italiano. Il grido con cui ieri sera iniziò la tarantella fu qualche cosa di incredibile per quella macilenta figura» (Vincenzo Cardarelli, Serata ibseniana al Quirino, in Id., La poltrona vuota, Milano, Rizzoli, 1969, p. 53). Al contrario, relativamente a una serie di esibizioni milanesi nell'ottobre 1918, l'anonimo recensore dell'«Arte drammatica» afferma che la sua recitazione è fin troppo controllata: «è prodigiosa per quanto non sempre con codesta sua semplicità accontenti la maggioranza, che pure qualche urlo lo vorrebbe sentire, qualche pugno su un mobile, la farebbe più vibrare; ma Irma Gramatica non si concede mai una licenza, non si permette mai la menoma esagerazione perché costantemente si è proposta di vivere sul palcoscenico, non di recitare» (articolo in «L'Arte drammatica», 20 ottobre 1918).

Nel gennaio 1920, con Romano Calò, recita al Teatro Quirino di Roma e, in Ombra, offre una prova artisticamente sublime, apprezzata da Silvio d'Amico, per le raffinatissime sfumature interpretative: «ebbe accenti di tenuità e di delicatezza indicibili: il suo spirito parve volta a volta incresparsi, sbocciare, sussultare, ripiegarsi sotto le sue nuove ferite, con un senso di segreta poesia, con una continua melodia sommessa, fatta di note impercettibili, sotterranee, lontane» (Silvio d'Amico, Irma Gramatica e la sua compagnia, al Quirino, in Silvio d'Amico, La vita del teatro: cronache, polemiche e note varie, 1914-1921, Roma, Bulzoni, 1994, p. 327). Il risultato è ancora più notevole perché raggiunto in condizioni di lavoro insostenibili: come testimonia lo stesso d'Amico, è infatti circondata da pessimi attori che spengono sistematicamente la sua vena artistica. La circostanza spiega il desiderio espresso nello stesso periodo di allontanarsi definitivamente dall'ambiente teatrale, descritto all'amico Lopez come «cloaca massima» (Irma Gramatica, Carteggio di Sabatino Lopez, cit.,  lettera del 10 gennaio 1920).

Nel 1923, dopo altri tre anni di interruzione, torna a recitare per iniziativa di Talli, che la scrittura nella Compagnia del Teatro Sperimentale, affidandole la direzione delle prove d'insieme. Come dichiara in una famosa intervista concessa ad Alfredo De Angelis nell'ottobre 1923, l'esperienza segna una cesura importante nell'evoluzione del suo stile interpretativo. Da ora in poi infatti l’attrice eliminerà dal repertorio parti passionali e urlate, dando spazio esclusivamente a ruoli maturi e introspettivi: «Io sono ancora forte, nella pienezza dei miei mezzi; ma anche da questa pausa ho tratto qualche ragione di dubbio. Il pubblico dimentica facilmente, può avermi dimenticata. Come mi troverà adesso? Ebbene, io voglio che mi veda così come io sono, con i miei capelli brizzolati. [...] Così, ho scelto il mio repertorio in questa ripresa con la cura di escludere ogni parte nella quale si abbia da recitare la solita passione amorosa, col solito fuoco bruciante, con le consuete arti femminili, che dovrebbero travolgere... e che non travolgerebbero più, nel caso mio. [...] Ho scelto quelle parti inoltre perché in quelle commedie non urla la solita passione, non si giuoca il solito amore disperato. Creda: io avrei nausea di tornare a vivere le consuete vicende amorose che da vent'anni si vivono sui palcoscenici di tutto il mondo. Basta: oramai! E ho l'impressione che anche il pubblico debba essere del mio parere» (Alfredo De Angelis, Il ritorno di Irma Gramatica, in Interviste e sensazioni, Milano, Morreale, 1926, pp. 83-84).

 
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