«Archivio Multimediale degli Attori Italiani», Firenze, Firenze  University Press, 2012.
eISBN: 978-88-6655-234-5
© Firenze University Press 2012

Attore > cinema, teatro, televisione, radio
NomeVittorio
CognomeGassman
Data/luogo nascita01 settembre 1922 Genova
Data/luogo morte29 giugno 2000 Roma
Nome/i d'arteVittorio Gassman
Altri nomiGassmann, Vittorio (nome anagrafico)
  
AutoreEmanuela Agostini (data inserimento: 15/09/2011)
Vittorio Gassman
 

Sintesi | Biografia| Famiglia| Formazione| Scritti/Opere| Testo completo

 

Interpretazioni/Stile

Vittorio Gassman è un “gigante” dello spettacolo italiano del Novecento, un attore che ha saputo lasciare il segno in più ambiti. Pur avendo accordato la sua personale preferenza al teatro, ha scritto, come interprete, alcune delle pagine più significative della storia del cinema italiano. Seppure più occasionalmente ha inoltre operato con successo e con originalità anche nel settore televisivo.

In teatro Gassman si pone nel solco della tradizione attorica italiana di cui opera un rilancio, inevitabilmente e fieramente anacronistico, nell’epoca di piena affermazione della figura del regista. Il suo iter artistico contempla alcune importanti collaborazioni con registi (quella giovanile con Luchino Visconti, quella alla pari con Luigi Squarzina e quella tarda con Luca Ronconi), ma lo stile gassmaniano si rivela soprattutto quando l’attore raccoglie intorno a sé compagnie di cui è l’indiscusso centro carismatico e il portatore delle principali responsabilità sia artistiche sia organizzative. Ultimo mattatore (come definito dal titolo della monografia a cura di Fabrizio Deriu) costituisce la perfetta antitesi degli attori “funzionali” al teatro di regia. Il suo pregio e il suo limite è proprio la spiccata personalità che tende a travalicare le diverse interpretazioni. Gassman non si “dissolve” nei personaggi che interpreta. Presta loro il suo corpo e la sua voce. Più spesso (specie nella seconda parte della carriera) li usa come filtro per scrivere in scena la propria autobiografia, come quando, nei continui ritorni sul personaggio di Edmund Kean, ironizza sulle proprie debolezze e afferma i propri punti di valore.

Sorretto da talento e determinazione, si fa strada molto rapidamente nel panorama teatrale degli anni Quaranta dando prova di uno stile di recitazione personale. Alto, bello, statuario e atletico, Gassman è dotato di una straordinaria fisicità: un corpo “monumentale” e al tempo stesso allenato, resistente alla fatica fisica. Anche la voce ha un’impostazione magniloquente, una dizione chiara, altisonante. Gassman è attore di potenza, di forza; non un minuzioso cesellatore dei tratti sfumati della psicologia del personaggio, ma scultore di figure a tutto tondo, dai contorni netti. Si veda ad esempio l’Oreste di Vittorio Alfieri diretto da Luchino Visconti nel 1949, nel quale si celebra il “duello” artistico tra Gassman, in cerca di definitiva affermazione, e Ruggero Ruggeri, indiscusso sovrano della scena teatrale fino a quel momento. Se l’anziano Ruggeri (Egisto) è «melodico e perfetto dicitore» dei versi d’Alfieri «con la sua voce carica di poeticità e di emozione, densa di appassionata forza, vibrante di segreti accoramenti, tesa di ira e di rancore», Gassman è un Oreste «tutto acceso dal fuoco di una cieca veemenza, ossessionato dalla febbre dell'odio e dalla sete di vendetta, ribollente di affetti e di slanci, di scoramenti e di furori» (Ermanno Contini, “L’Oreste” di Alfieri al Teatro Quirino, «Il Messaggero», 10 aprile 1949).

Fatica e potenza, fisica e vocale, sono gli ingredienti decisivi delle interpretazioni di Gassman. Si veda ad esempio quanto dice lo stesso attore a proposito della parte del messo nei Persiani di Eschilo nel 1950: «Sostenevo il lunghissimo racconto della sconfitta persiana, e mi emozionavano soprattutto le elencazioni dei morti, dei dispersi: la monotonia tassonomica moltiplicava il pathos, mi usciva una voce potente da predicatore o da muezzin. Persi diciotto chili nel periodo fra prove e recite, l’epos drammatico è la miglior dieta dimagrante, e per me inoltre quello sforzo rievocava le fisiche voluttà dello sport praticato fino a pochi anni prima. Sudare, questo importa nel repertorio classico» (Vittorio Gassman-Giorgio Soavi, Lettere d’amore sulla bellezza, Milano, Longanesi & C., 1996, p. 103). Questa propensione alla lotta contro i propri limiti è tratto tipico della recitazione gassmaniana anche in seguito, dagli spettacoli della giovinezza a Il trasloco (1973) e Sette giorni all’asta (1973), interamente fondati sulla resistenza psico-fisica dell’attore in gara con se stesso e con il “mondo”.

Il tipo di rapporto instaurato con il pubblico marca la distanza tra Gassman e i suoi immediati predecessori. Gassman tende a interpellare continuamente il pubblico, ne cerca il contatto fisico, ponendosi in un atteggiamento di sfida o esercitando una seduzione di tipo “erotico”. Nei suoi spettacoli più riusciti, l’attore è un titano capace di dominare il respiro delle platee, ora avvinte da tanta profusione di energia, ora stupite dalla non comune resistenza allo sforzo, ora incantate dalla “sovrannaturale” eleganza delle sue pose, in questo più simile ai Grandi Attori ottocenteschi, Tommaso Salvini in particolare, che non ai principali interpreti della primo Novecento. Si pone invece in continuità con l’insegnamento dei suoi più recenti precursori (tanto che soprattutto nelle interpretazioni giovanili si percepisce l’eco della voce disincarnata di Ruggeri o del timbro nasale di Memo Benassi) lo stampo antinaturalistico della sua recitazione, segnata da un deciso distacco ironico dal personaggio, che spesso sconfina in una “maschera” di superbia o di vaga altezzosità. Proprio a questa sua “ieraticità” tendente “all’antipatia”, l’attore imputa tra l’altro la sua scarsa efficacia in parti da amoroso tout-court.

 
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