«Archivio Multimediale degli Attori Italiani», Firenze, Firenze  University Press, 2012.
eISBN: 978-88-6655-234-5
© Firenze University Press 2012

Attore > cinema, teatro, radio
NomeIrma
CognomeGramatica
Data/luogo nascita25 novembre 1869 Rijeka (HRV)
Data/luogo morte14 ottobre 1962 Tavarnuzze di Impruneta (Firenze)
Nome/i d'arte
Altri nomiGramatica, Maria Francesca (nome anagrafico); Cottin
  
AutoreDaniela Sarà (data inserimento: 02/12/2011)
Irma Gramatica
 

Sintesi | Biografia| Famiglia| Formazione| Scritti/Opere| Testo completo

 

Interpretazioni/Stile

Irma Gramatica inizia la sua parabola artistica nel teatro di tradizione ottocentesco: la sua carriera comincia tra gli anni Settanta e Ottanta con una regolare fase di formazione al seguito della famiglia e poi del marito Arnaldo Cottin. Eventi centrali di questo periodo sono la scrittura nella compagnia di Eleonora Duse (1885-1887) e la traumatica tournée argentina effettuata con Cottin nel 1889-1890, funestata dalla morte del figlio di due anni lasciato in Italia. L'evento segna un momento di cesura importante, connotato dall'inizio di una lunga fase depressiva, probabilmente mai superata completamente, e da un periodo di sospensione dell'attività interpretativa (per maggiori dettagli si veda la sezione Biografia). L'evento consente di comprendere alcuni aspetti fondamentali dello stile dell'attrice negli anni della maturità, quando predominerà il bisogno di esprimere sulla scena i tormenti interiori: come attestano le fonti epistolari, la questione della scomparsa del bambino rimarrà sempre un importante nodo irrisolto.

Superata la fase acuta del malessere, l'anno comico 1892-1893 Irma torna a recitare come Prima attrice giovane nella compagnia di Italia Vitaliani, destando l'interesse della critica: nel profilo biografico dedicato all'attrice nel 1900, Antonio Cervi rievoca alcuni momenti della rentrée e attesta riguardo all'inconfondibile aura di sofferenza ne che caratterizza le interpretazioni: «C’era fin d’allora in lei un senso di tristezza che si diffondeva intorno alla persona flessuosa e sembrava morire nel languido sguardo, o nella dolcezza della voce» (Antonio Cervi, Irma Gramatica, Bologna, Zanichelli, 1900, p. 29).

Determinante in questo periodo l'anno trascorso nella compagnia di Ermete Zacconi come «Prima attrice senza scelta» (1896-1897), in cui, fatte proprie le istanze veristiche del grande capocomico, raggiunge tale sintonia con quest'ultimo da imporsi definitivamente su pubblico e critica. Tra le interpretazioni più riuscite si segnala la parte di Anna Mahr in Anime solitarie di Gerhart Hauptmann, prestazione in cui l'amalgama con Zacconi raggiunge esiti artisticamente molto pregevoli, tratteggiati da inquietanti momenti di  tragicità: «Il pubblico non può dimenticarla nell’atteggiamento doloroso di Anna Mahr, delle Anime solitarie, nel momento in cui riscalda coi raggi di un amore quasi sovrumano la pensosa fronte del filosofo Giovanni Vockerat. In tutta la persona di Anna Mahr, durante la scena d’amore, vibrava una nuova vita, e appariva un senso di stanchezza rassegnata e nello stesso tempo di imperio […]. La poesia dell’Hauptmann era resa in tutta la sua profondità dai due artisti, mirabilmente fusi fra di loro. Le parole sembravano sussurrate appena tra i singulti; […] la Gramatica, dall’occhio umido di lacrime, dalla voce velata, dal tremito della persona, lasciava trasparire gradatamente una fierezza tragica che incuteva un senso di misteriosa paura» (ivi, pp. 37-38).

Sul periodo trascorso con Zacconi rimane il giudizio espresso da Domenico Lanza nel novembre 1896, nel quale si possono individuare in nuce alcuni peculiari aspetti stilistici dell'attrice, che risaltano ai suoi occhi come grossolani difetti di gioventù facilmente emendabili ma che invece ne connoteranno tutta la prima fase della carriera. Tra essi emerge la discontinuità nell'intensità interpretativa, che vede l'artista per lunghi tratti astrarsi completamente e perdere ogni interesse per il dramma rappresentato. «Le sue mani, per esempio, si fregano troppo spesso e solitamente, e troppo sovente si portano agli occhi ed ai capelli; la sua andatura è molte volte troppo, dirò maschile e dinoccolata; l'anima sua di interprete non è sempre fusa intimamente con quella del personaggio che rappresenta in modo da non produrre intermittenze nella sua interpretazione e visibili stanchezze nella sua dizione; ma tutte queste mende non sono tali che ella non possa, continuando la sua educazione artistica con la tenacia e l'intelligenza di cui ha dato finora così lodevole prova, farle scomparire del tutto» (Domenico Lanza, Di una attrice, «L'Arte drammatica», 7 novembre 1896).

La testimonianza più significativa sul periodo trascorso con Zacconi è offerta da Alfredo Oriani e pubblicata come prefazione alla monografia di Cervi. Si tratta di un vero e proprio atto d'amore nei confronti dell'attrice, che sottolinea altri tratti espressivi della sua prima fase di attività. Oriani parte dalla constatazione dell'aura di sofferenza che pervade l'attrice al suo stato naturale, soffermandosi poi su un altro aspetto distintivo della sua prassi recitativa: i tratti caratteriali zingareschi, che la conducono ad improvvise e impressionanti esplosioni di impeto passionale, tali da esaltare in maniera esponenziale l'immedesimazione nel personaggio. Con questa sua originale maniera di esprimersi, l'attrice si mette potentemente in luce, diventando, nelle attese del pubblico, indispensabile sulla scena al pari di Zacconi, sorprendendo a volte lo stesso capocomico per alcune sortite particolarmente spontanee e sentite. «La prima volta che la vidi, nella compagnia del più illustre ed originale fra i nostri attori, era una ignota: secca, pallida, più solitaria che sola, con gli occhi neri pieni di tenebre, il sorriso stanco ed ironico, la pelle ombrata da un lividore senza nome, la personcina alta e snella, che aveva ondulazioni di canna e rigidezza di stelo. Ma intorno alla scarna asprezza dei suoi contorni una strana, morbida, seduzione pareva saporare come uno di quei profumi, che turbano prima ancora di essere avvertiti: la sua voce aveva la stessa torbidezza degli occhi, nei quali la luce era un balenio senza fiamme. La sua dizione passava quasi inosservata nella negligente disinvoltura della ingenuità, insino a che uno scoppio di passione, un urlo di collera, un fremito di ribrezzo, uno spasimo di speranza, un singhiozzo di dolore non la rompessero come un cristallo. Allora un'altra donna appariva subitamente: i suoi occhi si aprivano illuminandole il volto di un chiarore che rivelava un'altra fisionomia; dalla sua voce salivano accenti imprevedibili e per lungo tempo indimenticabili: la sua figura sottile e piatta, quasi di vergine bizantina, si mutava fingendo nell'impeto delle movenze agli occhi di tutti, quella forma e quella bellezza, della quale non sappiamo fare a meno nello spettacolo della passione. [...] [Una] volta a mezzo di una scena amorosa ella si piegò improvvisamente sull’amante poggiandogli i gomiti sulle ginocchia con una famigliarità inconsapevole, e torcendo la testa per guardarlo in silenzio. L’atto fu così vero, e l’interrogazione muta del suo atteggiamento diventava di minuto in minuto siffattamente insopportabile, che l’attore medesimo ne fu turbato quanto il pubblico, mentre la faccia di lei, smorta di un pallore lunare, coi grandi occhi bistrati, s’irrigidiva in un sorriso enigmatico. […] Irma ha del sangue magiaro nelle vene, e talvolta qualche cosa di zingaresco nei moti: guardatela fra i sopracigli quando minaccia cogli occhi neri e profondi, dentro i quali pare allargarsi una notte; ricordatevi la violenza crudele di certi sorrisi colle labbra riarse e i denti lucidi come il salgemma, l'abbandono di alcune pose languide, nelle quali il suo corpo diventa quasi un cencio, o l'impassibilità lapidea di altri atteggiamenti superbi. Ella è bene una donna: aspettatevi quindi nuove sorprese dall'attrice» (Alfredo Oriani, lettera introduttiva, datata Casolavalsenio 23 aprile 1900, in Antonio Cervi, Irma Gramatica, cit., pp. 4-10, passim).

 
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