«Archivio Multimediale degli Attori Italiani», Firenze, Firenze  University Press, 2012.
eISBN: 978-88-6655-234-5
© Firenze University Press 2012

Attore > teatro
NomeEleonora
CognomeDuse
Data/luogo nascita03 ottobre 1858 Vigevano (Pavia)
Data/luogo morte21 aprile 1924 Pittsburgh (USA)
Nome/i d'arte
Altri nomi
  
AutoreFrancesca Simoncini (data inserimento: 17/06/2004; data aggiornamento: 30/11/2011))
Eleonora Duse
 

Sintesi | Biografia| Famiglia| Formazione| Testo completo

 

Interpretazioni/Stile

«Vedete, parte del pubblico non mi accetta ancora come desidero d'essere accettata, perché non faccio le cose altro che a modo mio, cioè a dire nel modo come le sento. E' convenuto che in certe circostanze bisogna alzar la voce, dare in escandescenze, e io invece, quando la passione che esprimo è violenta, quando l'animo mio è colpito dal piacere o dal dolore, spesso ammutolisco, e sulla scena parlo piano, a fior di labbra... Allora, certuni dicono che non ho espressione, che non sento, che non soffro... Oh! Ma... ci verranno». (Antonio Fiacchi, Intervista a Eleonora Duse, in «Il Piccolo Faust», luglio 1882). Le serene e lungimiranti parole, pronunciate nel 1882, dalla giovane Duse, da appena un anno divenuta Prima donna, colpiscono per la ferma consapevolezza con cui l'attrice, la cui celebrità è ancora interamente da costruire, risponde a quanti in questi anni cominciano ad interrogarsi sulle caratteristiche della sua recitazione, apparsa subito a tutti, ammiratori e denigratori, come difficilmente classificabile e formalmente 'rivoluzionaria'.

Abbandono dei canoni tradizionali, rifiuto della convenzione, autonomia recitativa, certo, ma al di là di queste formule, tutte costruite per opposizione, quale fu la vera essenza dello stile di Eleonora Duse? Difficile, forse impossibile darne una compiuta descrizione perché, come è stato osservato, la sua recitazione si sostanziava di «un complesso tessuto di stilemi» (Cesare Molinari, L'attrice divina, Roma, Bulzoni, 1985, p. 124) il cui ordito, fatto di gesti minuti o violenti, si componeva e si scomponeva sera per sera, personaggio per personaggio, dando luogo a nuove interpretazioni. Se però c'è un termine, che non rende né uno stile né una tecnica, ma semplicemente un segno del suo modo di recitare, questo è 'antifrastico'. Il modo di recitare di Eleonora Duse era antifrastico.

Padrona delle tecniche e delle convenzioni correnti, di cui si era appropriata nella lunga consuetudine di palcoscenico, Eleonora le assorbe e le rifonde tutte attraverso un montaggio in dissonanza che le rende irriconoscibili e stridenti. In questo davvero ultima esponente dissacratoria dell'arte grand'attorica sembra prendersi il gusto di ribaltare una prospettiva - e soprattutto un'attesa - recitando diverso, inventando variazioni su tema, e qualche volta, concedendosi il lusso di tornare ad essere convenzionale. Si muove in scena in modo 'sconveniente', alterna tratti di recitazione bassa e sguaiata, propria del mondo dei guitti, ad atteggiamenti e pose quasi ieratici. Impedisce una corretta comprensione del testo con una dizione, o eccessivamente affrettata, o forzatamente cadenzata e interrotta da lunghe pause. La sua ricerca è quella, fin troppo gridata, di una personale cifra espressiva; la sua sfida, quella di rinnovare un linguaggio pur servendosi di lemmi già noti; la tecnica prevalente, forse, quella dello scarto, che utilizza procedimenti consolidati trasferendoli in contesti non previsti; la forza, quella di calare una vecchia grammatica all'interno di un'inedita e sublime sintassi.

Chi la vedeva ne rimaneva impressionato, di più, «soggiogato», senza capirne il perché: «Quali corde segrete, sacre, che non possono e non devono esser toccate da mani estranee, sono state toccate e tremavano di fronte ad una folla di gente del tutto estranea e sconosciuta. Si aveva vergogna e ci si sentiva offesi, si sarebbe voluto ridere a voce alta, burlarsene, ma si aveva un groppo alla gola...» (P. Rajskj, La Duse a Pietroburgo, in «Ariel», Numero speciale dedicato a Eleonora Duse, IV, nn. 1-2, gennaio-agosto 1989, p. 43). Più smaliziati, forse, gli attori della vecchia generazione, che ne intuiscono il mestiere senza arrivare a svelarne il mistero: «La Duse ha una fisionomia di grande mobilità facile a decomporsi e a comporsi, una fisionomia che appena l'attrice si presenta in scena, s'impone allo spettatore, e lo costringe a concentrare su lei la propria attenzione [...]. Tale qual'è la Duse è un'attrice che la mente ammira assai, che si impone, che soggioga il pubblico, a cui comunica la sua sovreccitazione nervosa e lo trasporta. [...] La Duse si è creata da sé la propria maniera, un convenzionalismo tutto suo che affascina, per cui, essenzialmente, è la Donna moderna [...]» (Lettera di Adelaide Ristori a Giuseppe Primoli, in «Le Gaulois», 26 maggio 1897, ora in Mirella Schino, Il teatro di Eleonora Duse, Bologna, Il Mulino, 1992, pp. 232-233)

Piccola, emaciata, goffa e priva di voce, contravveniva, con la sola presenza, alle principali regole sceniche del suo tempo che pretendevano prestanza fisica e potenza vocale come qualità indispensabili delle prime attrici. Interpretò allora il suo sforzo di adeguamento al sistema ottocentesco dei ruoli, sconfessandoli, contaminandoli, quasi sempre riuscendo a trasformare i suoi oggettivi limiti in altrettanti punti di forza. Poi, ormai accettata e universalmente celebrata in Italia e all'estero, modificò il suo stesso modo di recitare, scorcertando anche i sostenitori più accaniti che stentavano a riconoscerla: «La folla compatta del pubblico [...] era venuta colle esigenze inspiratele da suoi ricordi; col desiderio di trovare la Duse quale l'aveva ammirata l'ultima volta e insieme col bisogno di trovarla più grande ancora e più perfetta giacchè non si gode di uno stesso piacere se il piacere non aumenta; ed ha trovata una Duse che non era più la sua, né quale l'aveva immaginata. Meno grande? Meno perfetta? No, diversa» scrive Giovanni Pozza, critico teatrale del «Corriere della sera», recensendo una rappresentazione milanese del novembre 1897, anno in cui Eleonora Duse si ripresentò sui palcoscenici italiani dopo un'assenza di circa sei anni. E ancora, tentando con ammirevole sforzo di penetrare la nuova 'maniera' con cui l'attrice interpretava La Signora dalle camelie, dramma che ne aveva decretato la grandezza davanti a tutti i pubblici d'Europa, così la descrive: «La Duse, che fu già la più semplice, la più appassionata e la più vera delle Margherite Gautier, obbedendo a quella tendenza istintiva alla quale hanno obbedito tutti i grandi attori del nostro tempo, è passata dalla recitazione inspirata a quella meditata. I francesi direbbero che è diventata una tragédienne. Anziché rendere del suo personaggio la verità umana apparente, ella oggi si studia di renderne la verità estetica; di incarnare cioè nella più bella forma che a lei è possibile il fantasma scenico che abitò la mente del poeta durante il suo lavoro. Da ciò la ricerca di una certa intonazione generale, di una certa linea della figura, di certe parole significative nel discorso, anziché quella dell'accento appassionato, dell'effetto impreveduto, della commozione imposta col gesto, col pianto o col grido. La sua recitazione ha perduto di spontaneità, siamo d'accordo, ma ha acquistato di intensità» (Giovanni Pozza, Cronache teatrali di Giovanni Pozza, Vicenza, Neri Pozza, 1971, pp. 266-269).

 
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