«Archivio Multimediale degli Attori Italiani», Firenze, Firenze  University Press, 2012.
eISBN: 978-88-6655-234-5
© Firenze University Press 2012

Attore > teatro
NomeEleonora
CognomeDuse
Data/luogo nascita03 ottobre 1858 Vigevano (Pavia)
Data/luogo morte21 aprile 1924 Pittsburgh (USA)
Nome/i d'arte
Altri nomi
  
AutoreFrancesca Simoncini (data inserimento: 17/06/2004; data aggiornamento: 30/11/2011))
Eleonora Duse
 

Sintesi | Biografia| Formazione| Interpretazioni/Stile| Testo completo

 

Famiglia

«Vollero chiamarla un 'miracolo arcano'. In sostanza, invece, Eleonora Duse, discende da una stirpe di guitti, fu soltanto il riassunto, il logico naturale prodotto di quasi tre secoli d'arte, durante i quali con paziente, silenzioso lavoro intere famiglie di 'cabotins' cercarono di avvicinare l'arte alla verità e per generazioni acuirono i cervelli, raffinarono la sensibilità, provarono sempre più vivo nel loro povero cuore il dolore di tutti gli infelici. Da essi nacque la fanciullina dalla mente più ricca, dall'anima più generosa che, cresciuta e tempratasi nelle dure necessità e nell'amorevole pietà, fu la grande interprete del pensiero e dello spasimo umani» (Ermete Zacconi, Ricordi e battaglie, Milano, Garzanti, 1946, pp. 71-72). Non stupisce che Zacconi, esponente di punta di una famiglia di guitti, attore la cui cifra stilistica si nutre del concetto naturalistico di ereditarietà spieghi così, enfatizzando un'origine, il fenomeno Duse, piegandolo alla formulazione di una condivisa mitopoiesi: quella della superiorità genetico-artistica dei figli d'arte. La semplicistica spiegazione dell'attore-mattatore non basta a spiegare il 'miracolo arcano', ma ha radici di verità.

Eleonora è la discendente di una storica famiglia d'arte ormai attiva da due generazioni quando l'attrice, ancora bambina, inizia a calcare il palcoscenico. Il nonno Luigi, apprezzato attore veneto, ne era stato il capostipite, ma Eleonora non l'aveva mai visto recitare perché morì il 25 gennaio 1854, quattro anni prima della sua nascita. Nativo di Chioggia e borghese d'origine, dopo aver esordito a Padova come dilettante, entra nel professionismo teatrale guadagnando una buona popolarità nella città patavina. La formazione di una propria compagnia, la creazione della maschera di Giacometo - figura simpatica e bonaria con caratteristiche affini a quelle di Stenterello o di Meneghino che l'attore interpretò a partire dagli anni Trenta dell'Ottocento -, l'acquisto e il restauro di un teatro situato nel centro cittadino, contribuiscono a incrementare il favore del pubblico e ad accrescere la fortuna del capocomico. La compagnia, gestita secondo i criteri della ditta di famiglia, è di ambito regionale, ma compie con una certa frequenza giri nell'Italia del Nord, dalla Dalmazia all'Emilia, portando un repertorio fatto di farse, di adattamenti, di parodie, di drammi ad effetto, di azioni spettacolose, di pantomime e delle immancabili commedie goldoniane.

Recitano in compagnia i quattro figli di Luigi con le loro mogli, Eugenio e Cecilia Bellotti, Giorgio e Alceste Maggi, Alessandro, padre di Eleonora, e Angelica Cappelletto e l'ultimogenito Enrico, tutti scritturati a prescindere da reali talenti o vocazioni. Alla morte di Luigi i fratelli ereditano un teatro ormai quasi inservibile e una formazione già in declino. A poco valgono i tentativi di risollevare le sorti e di ricomporre una compagnia sociale intitolata a Carlo Goldoni. Con la morte di Giorgio (1860), il più abile e talentuoso dei fratelli Duse, la discesa verso l'informe e degradante mondo dei guitti è repentina e inesorabile. Alessandro ed Enrico si associano allora con l'attore Giuseppe Lagunaz. Ed è proprio nella compagnia Duse-Lagunaz che, fin dai primissimi anni Sessanta, la piccola Eleonora figura «ultima per le parti ingenue».

Dalla relativa fortuna che aveva toccato l'avventura teatrale del nonno paterno, - «a momenti si accendono li lumi, e all'antica casa di mio nonno, mi aspettano» scrive da Padova a Boito il 2 dicembre 1890 in una lettera dove il termine casa sostituisce quello di teatro - Eleonora riceve soltanto la costrizione e il vincolo del perpetuarsi del mestiere, cui i genitori, per sopravvivere, privati del riscatto dell'arte, si aggrappano con affanno, senza entusiasmo e senza la possibilità di uscire da una routine di povertà e di fatica. L'attrice porterà costantemente il segno di questa sofferenza del recitare il cui riflesso più evidente è la preoccupazione, quasi ossessiva, con cui si adopera per tenere la figlia lontana dalle scene e per darle quella stanzialità e quella regolarità di studi che a lei era stata sottratta dall'itineranza imposta dal lavoro dei genitori. Cerca per Enrichetta i migliori collegi da dove - le scrive Boito - «escirà bella, buona come l'hai fatta tu, e saggia e istruita». I due amanti, che nei primi anni della passione vagheggiano la tranquillità di una normale unione familiare, la salveranno, sono ancora parole di Boito alla Duse, «dalla fatale eredità, che si perpetua sulla tua razza e che vi condanna a non vivere che per altri» (Lettera del 7 gennaio 1888, in Lettere d'amore. Eleonora Duse - Arrigo Boito, a cura di Raul Radice, Milano, Il Saggiatore, 1979, p. 188). Per Eleonora il desiderio di una vita 'normale' rimarrà una chimera irraggiungibile, la conquisterà per la figlia, ma pagando il prezzo di aggiungere alla mancata infanzia anche una mancata maternità.

Ricerca di riscatto e volontà di riscrivere un destino, non però disprezzo o dimenticanza nei confronti di un mondo a cui Eleonora, volente o nolente, sente in fondo di appartenere: «Ritornerò così allegramente a Padova! Se i miei vecchi hanno vissuto tristi - e quasi abbandonati gli ultimi anni in quel luogo - io vi ho trovato tutta la loro giovinezza - e ho cancellato il ricordo melanconico che avevo prima di venirci. Che volete? La casa è sempre la casa! E dove i nostri vecchi hanno vissuto - e sono morti... - ci si ritorna...piano, piano, forzatamente...in punta di piedi...per non turbare...per non risvegliare», scrive in una lettera riportata da Olga Signorelli (Olga Signorelli, Eleonora Duse, Roma, Signorelli, 1938, p. 12) senza indicazioni, ma dove l'attrice si firma ancora Duse-Checchi. E a ben guardare i segni di un volontario legame con la tradizione attorica familiare presentano tracce riconoscibili nel repertorio messo a punto dalla capocomica. Eleonora fu fedele e costante interprete di Goldoni di cui recitò soprattutto Pamela nubile e La locandiera. Sempre e ovunque, anche nella selezione imposta dalle numerose tournées, portò con sé una pièce del commediografo veneziano così come si fa con un caro bagaglio di famiglia. Per recitarlo non occorrevano all'attrice sforzi, né fatica, rappresentava per lei il tempo del riposo («per non faticare molto, se mai, farò... o la Locandiera, o la replica di Francine»; lettera a Boito del 15 ottobre 1887 in Lettere d'amore, cit., p. 98) e - probabilmente -, ancor di più, quello dell'infanzia.

 
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